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In Breve... |
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Fin dalla preistoria la Sardegna ha subito immigrazioni di popoli che hanno contribuito a
creare la base etnica che si è sviluppata e differenziata nel corso dei secoli creando una
nazione (un popolo con le stesse tradizioni, lingua, arte).
Il primo “frequentatore” arrivò nel Paleolitico (150.000 circa a.C.) e si radicò nell’isola, ce ne
danno conferma due ritrovamenti: Perfugas e la grotta Corbeddu (Oliena) che,
contrariamente a quanto fino a poco tempo fa si sosteneva, dimostrarono la presenza umana
fin da allora.
L’uomo scoprì l’isola forse per caso, spinto dal clima rigido che le glaciazioni avevano
causato, seguendo gli animali che per istinto si dirigevano verso sud, cercando zone più
calde. |
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Nel Neolitico l’arrivo di nuove genti fu motivato invece dalla ricerca di territori atti alla
coltivazione per la embrionale agricoltura appena scoperta. L’esplosione demografica di quei tempi, data la raggiunta “sedentarietà” e quindi il modo di vivere più “agiato” costrinse le genti dell’Anatolia a spostarsi per trovare nuovi spazi dove esercitare l’agricoltura e costruire i propri villaggi.
Così, intorno al 6000 a.C. masse di uomini pellegrinarono per il bacino del Mediterraneo
arrivando nella penisola italiana, raggiungendo la Sardegna con rudimentali imbarcazioni
spinte da venti favorevoli (minstral) provenienti dal midì francese o usando le isole toscane
come ponte.
I neolitici si unirono ai paleolitici indigeni e si evolsero insieme creando le culture di Ozieri e
Bonu Ighinu che consideriamo autoctone anche se formate con apporti diversi.
La base nazionale si andava così delineando prendendo un po’ da ogni etnia immigrata e
creandone una nuova che possiamo iniziare a chiamare “sarda”. |
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Le esigenze mutavano continuamente e le genti si adeguavano facendo tesoro delle
tecnologie e delle nuove idee importate. Le culture si sovrapponevano le une alle altre, ognuna facendo tesoro delle precedenti e diversificando l’arte, la lingua, il modo di vivere che viaggiavano verso la “modernità”. L’arte ceramica, le abitazioni, il credo religioso variavano continuamente, segno di una evoluzione tecnica spirituale che rendeva viva la nazione. Nonostante la mancanza di fonti scritte, la Sardegna del Neolitico antico non mostra segni di
dominazioni, le genti sono impegnate a trovare spazi vitali e si fondono pacificamente tra
loro. |
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Con la cultura di M. Claro (2700 a.C.) e Campaniforme l’apporto di idee esterne incomincia ad essere tangibile e la sardità assume una sua fisionomia peculiare. A questo periodo risalgono le prime minacce provenienti dall’esterno e forse le divisioni politiche interne che portano all’esigenza di edificare villaggi fortificati e a creare forze di
difesa; ma la autonomia dell’isola sembrerebbe incontestabile.
Nel 1800 a.C. inizia quella fase culturale definita nuragica che raggiunse espressioni tecniche e di pensiero notevoli e sebbene influenzata da apporti esterni, rimase “sarda” a tutti gli effetti; una vera nazione, con tutti i requisiti classici, autonoma e dinamica. Con l’arrivo dei fenici nel X secolo a.C. l’isola entrò nella storia e si aprì un periodo di contatti con l’esterno che vide intensificarsi i commerci. I fenici costituirono, in un primo tempo, una comunità di coloni che, chiusi nei loro
insediamenti costieri, non minacciavano in alcun modo la sovranità e la libertà del popolo nuragico.
Solo nel VI secolo a.C. quel popolo semita, ormai radicato nell’isola tentò una espansione territoriale all’interno, più per proteggere le proprie città che per conquistare territori, si ebbe così la reazione dei nuragici che costituivano un popolo sovrano.
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Con l’arrivo dei cartaginesi, si può parlare di dominazione, sebbene parziale, con metà dell’isola ancora libera e autonoma con tutte le caratteristiche. I romani, bizantini e vandali continuarono a dominare su due terzi del territorio mentre la barbaria ancora rimaneva libera e indipendente.
Due Sardegne, con due storie e due nazioni diverse, le cui opolazioni erano stanziate su due territori distinti. La parziale autonomia si interruppe nel IX secolo quando sorsero i regni giudicali, che si possono definire sovrani in quanto non soggetti ad altre entità. |
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statuali e perfetti perché in grado di svolgere autonomamente una politica estera. Una perfetta indipendenza che durò per vari secoli, nonostante influenze politiche ed economiche di grandi potenze di allora come i pisani e i genovesi.
I pisani diventarono poi parzialmente “padroni” della Gallura e di parte del Calaritano, mentre il resto della Sardegna vedeva il consolidarsi degli arborensi che, rafforzato il proprio reame, si impadronirono di parte dell’ex territorio del Giudicato di Torres e godevano di indipendenza e autonomia.
Con l’istituzione nel 1297 del regno di “Sardegna e Corsica” da parte di Bonifacio VIII, l’isola diventò di diritto uno stato con tutti i requisiti giuridici; territorio, popolo, forma, nome che fu conquistato di fatto dal Re “legittimo”, l’aragonese Giacomo II nel 1324.
In Sardegna convivevano da allora due stati autonomi, il regno di Arborea e il regno di Sardegna e non si può certo parlare di dominazioni, a prescindere dal diritto della chiesa di istituire regni usando il noto “Costitum Costantini” il quale concedeva a Roma la potestà sui territori occidentali da cui derivava la facoltà di creare “ex novo” stati da affidare a questo o quel sovrano. Questo diritto, fu dichiarato un “falso storico” quando era troppo tardi, ma ciò
che la chiesa aveva creato rimaneva e non fu cancellato.
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Con gli aragonesi, la Sardegna entrò a far parte della Corona di Aragona, un’unione di stati, giuridicamente sovrani anche se non perfetti.
Con gli spagnoli la situazione non cambiò poiché l’isola aveva un Re, un parlamento e tutti i requisiti di uno stato.
Si può obiettare che i sardi non governassero e non occupassero nessun ufficio di prestigio, ma ciò non cambia la sostanza; la carica di viceré poi era da considerarsi provvisoria e cessava con la presenza del sovrano. Nel 1720 dopo una parentesi asburgica,
arrivarono sul trono di Sardegna i Savoia e lo stato aumentò i suoi |
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territori ora comprendenti anche il Piemonte non per questo mutando la propria essenza giuridica.
Si arrivò al 1861 e il regno di Sardegna si trasformò in regno d’Italia, questa volta cambiò il nome ma lo stato tenne lo stesso Re, lo stesso parlamento, le stesse leggi, le stesse istituzioni. Lo Stato italiano attuale, diventato Repubblica, fonda le sue radici nell’ex regno di Sardegna e ne deriva che la storia dell’isola è la base della storia d’Italia |
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